L’abete (Abies alba Mill.) dei Monti della Laga

Caratteri dell’ambiente  

Il massiccio dei M.ti della Laga è situato al confine tra le regioni Lazio, Abruzzo e Marche. La catena è disposta secondo i meri­diani, fatto questo che determina un’e­sposizione prevalente ad occidente ed oriente, ma le creste che si diramano dall’asse principale consentono la crea­zione di versanti esposti nettamente a nord e sud. Le quote sono abbastanza rilevanti: la vetta più alta, il M. Gorzano, tocca i 2458 m; quasi tutte le vette della catena oltrepassano abbondantemente i 2000 m (P.zzo di Sevo, 2422; Cima Lepri, 2455, Laghetta, 2334). La matrice geologica è costituita da rocce arenacee e marnose (Formazione della Laga) che non consentono alla morfologia di assumere quell’aspetto caratteristico delle montagne calcaree delle regioni contermini. Difatti l’aspet­to di questi monti è dolce, povero di pareti rocciose ma ricco di incisioni torrentizie, spesso anche molto profonde; ricorda un le lonta­ne regioni dell’Appennino tosco-roma­gnolo. Le tracce delle passate glaciazio­ni sono meno accentuate che sulle altre montagne appenniniche. La natura litologica favorisce i pro­cessi di erosione e smantellamento delle forme di esarazione tipiche della morfo­logia glaciale (circhi, valli ad U, ecc.). Tuttavia qua e là si notano forme ricon­ducibili a circhi glaciali e morene, soprattutto nella Valle del Rio Castella­no e nella Valle Castellana, dove sono presenti cordoni morenici ben sviluppati e dove, tra l’altro, si trova il più importante gruppo di abeti del Bosco Martese. I suoli sono generalmente di tipo bruno-acido (pH compreso tra 4.5 e 6.5). Prevalgono i suoli bruni lisciviati. A causa della natura geologica fliscioi­de i suoli presentano un elevato poten­ziale idrico di ritenuta, con conseguente reticolo idrografico molto sviluppato. Il clima è di tipo mediterraneo, ma la vicinanza delle coste adriatiche deter­mina un aumento delle condizioni di continentalità. Infatti, nonostante il valore assoluto delle precipitazioni non sia particolarmente elevato (non oltre­passa i 1800 mm), l’influenza delle per­turbazioni adriatiche causa un aumento dello stress termico invernale ed un aumento delle precipitazioni estive; fre­quente nei mesi invernali la galaverna. La nevosità è abbondante ed il man­to nevoso permane al suolo a lungo: 5 mesi a 1500 m, 7 mesi e più oltre i 2000 m. Diffusi i nevai che perdurano fino ad estate inoltrata. La vegetazione forestale è analoga a quella del vicino Gran Sasso. Da 400 ad 800 m incontriamo il lec­cio (Quercus ilei L.), frequentemente abbarbicato alle bancate di roccia. Dif­fusissima è la “macchia” a carpino nero (Ostrya carpimfolia L.), orniello (Fra­xinus ornus L.), roverella (Quercus pu­bescens L.). I consorzi meno degradati sono edificati dal cerro (Quercus cerris L.), misto ad acero (Acer obtusatum L.). Più in alto (dagli 800-900 m) compare il faggio (Fagus sylvatica L.), sporadica­mente associato a frassino (Fraxinus ex­celsior L.), tiglio (Tilia cordata Scop.), castagno (Castanea sativa Mill.), acero riccio (Acer platanoides L.), olmo mon­tano (Ulmus glabra Huds.), agrifoglio (Ilei aquifolium L.), acero di monte (Acer pseudoplatanus L.) e tasso (Taxus boccata L.). L’abete vegeta dagli 800 fino ai 1800 m. Il limite superiore del bosco, artificialmente abbassato, si ag­gira attorno ai 1850 m. I due versanti, occidentale ed orien­tale, sono molto diversi, sia dal punto di vista morfologico che forestale. Il pri­mo è molto acclive e la copertura fore­stale è stata annullata in molte località. Il secondo è più morbido e la copertura forestale è più continua ed estesa.

Vicende storiche

La presenza dell’uomo sui M.ti della Laga ha determinato, come sul resto del territorio appenninico, un profondo e radicale cambiamento delle condizioni ecologiche originarie. Probabilmente, fino a tutto il Medioevo, l’abete doveva essere presente anche sul versante lazia­le, come testimoniano i ricordi dei loca­li, ma l’anticipata e notevole riduzione dei boschi su questo versante ha causato la scomparsa precoce dell’abete. L’unico ricordo di una passata pre­senza dell’abete sul versante laziale l’abbiamo per il Bosco Pannicaro e presso la Fonte dell’Agro Nero (1400 m). Qui, da tempo immemorabile, si trovano conficcati nel terreno fangoso tronchi d’abete, messi lì per evitare lo sprofondamento del bestiame pascolan­te (Alesi et al., 1992). Una delle cause preponderanti della scomparsa dell’abe­te dal versante laziale è stata la vicinan­za a centri abitati ed una generale faci­lità di accesso, accompagnata da una totale conversione dei soprassuoli a ceduo semplice ed una notevole riduzione della copertura forestale. Se si pensa poi che, molto probabilmente, una via di transi­to di rilevante importanza (era addirittura lastricata) svalicava nei pressi del  Pizzo di Moscio (2411 m) sul versante teramano, attraversando il Bosco della Martese, per poi dirigersi verso il Castel Manfrino e l’Adriatico, si può facilmente immaginare quale impatto abbia avuto l’uomo su simili ambienti. Inoltre, sono documentate anche coltivazioni a quote attualmente impensabili, ad oltre 1500m di quota. I toponimi sono la testimonianza di una presenza umana ben superiore a quella attuale: “Cannavine” (campi coltivati a ortaggi o canapa) a quasi 1800m; Cipollara, Piangrano, Pannicaro, Seccinella (da segale), non fanno altro che confermare una presenza capillare dell’uomo in ogni angolo di queste montagne. Nonostante questo, i boschi teramani della Laga hanno goduto di una relativa tranquillità fino agli albori dell’era industriale. E’ interessante riportare per esteso quanto notato dal Delfico alla fine del 1700 nelle regioni teramane: “I boschi d’abete sono da molto tempo quasi consumati interamente. Quello di Altovia è un piccolissimo oggetto tanto per la sua estensione che per la qualitù degli alberi, piccoli e di cattiva venuta (….). Un’altra piccola selva si trova a Rocca S.Maria, nella valle boscosa del Pizzo di Moscia (B.della Martese, n.d.a.), la quale è tanto infelicemente situata e in tanta distanza dalle popolazioni che pochissimo o niun usa se ne può trarre” (in Gabbrielli, 1990). Ma come giustamente osserva il Gabbrielli, già a quel tempo si usava fluitare i tronchi d’abete sui torrenti, allora molto più ricchi d’acqua ed i campi coltivati erano spesso situati al di sopra dei boschi, così che parlare di “verginità” di queste foreste è fuorviante. Agli inizi del 1800, secondo quanto riportato in una relazione fatta all’ASFD, vennero svincolati circa 5000 ha di bosco ricadenti nel territorio marchigiano della Laga; secondo i relatori le conseguenze furono disastrose, in quanto i locali fecero incetta di legname in maniera indiscriminata, danneggiando gravemente i soprassuoli. Altri ingenti tagli ci furono negli anni 1890-94, al punto che, quando il bosco di San Gerbone venne acquistato dall’A.S.F.D. nel 1908, le sue condizioni vegetative furono definite di “intenso deperimento“. Tuttavia, tranne questo infelice episodio, la relativa difficoltosa accessibilità della Laga teramana ha impedito quella classica e sistematica opera di distruzione e riduzione a ceduo dei boschi che è avvenuta in molte parti dell’Appennino centrale, permettendo così all’abete di giungere fino ai nostri giorni. Al contrario, negli adiacenti M.Sibillini, l’abete, nonostante numerosi toponimi ne attestino la passata presenza, è scomparso dall’intero massiccio, mentre rimane ancora presente sul G.Sasso (Banti,1939; Rovelli,1994,1995).
Fino alla prima metà del XIX secolo le foreste teramane della Laga venivano sfruttate solamente per necessità locali, ma durante la Prima Guerra Mondiale iniziarono i primi tagli industriali, mediante l’utilizzo di teleferiche e decauville. Ancora nel 1928 il Furrer, che ebbe a visitare il versante teramano di queste montagne, dopo i grandi tagli del 1900-1920, notò la maestosità delle sue foreste, forse ancora in parte intatte e, ancora nel 1940, c’erano abeti di 2 metri di diametro, alti oltre 35 metri. Nel versante teramano, i primi tagli di un certo rilievo furono quelli effettuati nel Bosco Martese nella seconda metà dell’Ottocento, di cui si ignora l’intensità e la modalità del taglio, ma è molto probabile che il bosco sia stato trattato a taglio raso con riserve visto che era ancora in uso la Legge Borbonica del 1826. Sappiamo che in quell’occasione venne costruita una teleferica che portava il legname tagliato direttamente ad Acquasanta Terme. Altre notizie di tagli le abbiamo da Zodda, sempre per il Bosco Martese, attorno al 1918-19. Secondo questi gli interventi furono di portata limitata: “Fino a quell’epoca (1934 n.d.a.) non era iniziato il disboscamento a causa della difficoltà dei mezzi di trasporto del legname ed il bosco si presentava nella sua quasi verginità, dico quasi perché negli anni 1918-19 era stato praticato, in proporzioni limitale, il taglio di alcune centinaia di abete e, per il trasporto dei tronchi, era stata impiantata una teleferica nella contrada del Ceppo“. La descrizione di Zodda appare quasi “idilliaca” e non corrisponde certamente a verità, in quanto sappiamo dei tagli del 1860-70, ma anche attraverso l’elenco delle piante presenti al Ceppo fatto da Zodda notiamo che tra le molte erano largamente diffusi il pioppo tremolo (Populus tremula L.), il salicone (Salix caprea L.), e la ginestra dei carbonai (Cytisus scoparius (L.) Wimm.), indicatori di ambiente forestale degradato e ben lontano dal climax.

Lo sviluppo delle utilizzazioni nel Bosco della Martese nei primi anni del XX secolo. In rosso il percorso della decauville; le linee bianche indicano le teleferiche

Lo sviluppo delle utilizzazioni nel Bosco Martese nei primi anni del XX secolo. In rosso il percorso della decauville; le linee bianche indicano le teleferiche, non tutte coeve

Nei primi anni del Novecento, la Laga teramana conobbe diverse stagioni di utilizzazione forestale. La più intensa fu quella del 1918-19, quando la ditta Sutter impiantò una teleferica che partiva al piazzale del Ceppo ed arrivava fino a Rocca S.Maria (fraz. Belvedere). Il bosco venne assoggettato al classico taglio raso con riserve, mentre gran parte del Bosco della Martese fu convertito a ceduo matricinato (Banti, 1940). Non è dato sapere quali zone furono interessate e quali escluse, ma da qualche rarissima immagine degli anni ’30, si può capire che la zona maggiormente interessata fu quella più orientale. Infatti, in queste immagini (Banti, 1939), si vedono boschi apparentemente non utilizzati da almeno 50-60 anni, dalla classica struttura biplana, nei quali l’abete costituisce la specie dominante. Altre informazioni ci vengono dalle foto aree RAF del 1945 ed IGM del 1954 nelle quali si vedono molto bene i segni dei tagli del 1919, ma non più quelli della seconda metà dell’Ottocento. Nelle ortofoto del 1945 si apprezza l’esistenza di vasti tratti di faggeta non sgomberata, ricchi di piante vecchie e colossali. In queste preziose immagini si vedono ancora molto bene le zone interessate dai tagli del 1918-19, concentrate nella parte centrale o orientale della Martese, ed i segni dei tagli ottocenteschi, nella parte più occidentale del bosco. Nelle successive ortofoto del 1954, gran parte delle riserve colossali sono scomparse e parte della Martese è stata ridotta a ceduo matricinato (aie carbonili evidenti). La parte occidentale è ancora integra, mentre sono evidenti i segni delle teleferiche. Nelle successive ortofoto del 1975 si nota l’avvenuta utilizzazione della parte più occidentale della Martese, mediante l’impianto di ben 4 teleferiche, con annessa piazzola di carico situata nei pressi della pista forestale principale. Riassumendo il tutto, possiamo affermare che le utilizzazioni interessarono diversi tratti dei boschi del Rio Castellano e l’intero Bosco Martese, ma furono eseguiti a “macchia di leopardo”. Infatti, è assai probabile che vennero utilizzati i settori dei boschi ritenuti più maturi e ricchi di piante economicamente valide, mentre vennero trascurati i settori laddove gli ingenti tagli ottocenteschi avevano impoverito la compagine boschiva in maniera rilevante. Nel 1935, anno dei rilievi di Banti (op. cit.), la densità media degli abeti nel bosco del Colle Romicito oscillava tra le 120 piante del versante nord alle 350 piante del versante meridionale (loc. “La Piana”). Sempre sul C.Romicito, vi erano 30 piante stramature e 70 costituenti novellame (fino a 17,5cm di diametro). Nel Bosco Martese, già in  parte ceduato ed allora in avviamento all’alto fusto, la densità media era di 320 piante/ettaro, di cui 20 “decrepite” ed in cattive condizioni di vegetazione e 600 di novellame. Pochi anni più tardi ripresero le utilizzazioni. Dalle foto aeree del 1952 e del 1954 si evince benissimo l’intensità dei tagli, supportati da un grande dispiego di mezzi, quali teleferiche e decauville, nonché le numerose aie carbonili. Il versante meridionale del C.Romicito venne tagliato interamente a raso, così come tutta la fascia basale delle faggete del Rio Castellano e parte del Bosco Martese, dove ancora oggi la parte più elevata del bosco è un ceduo di faggio. Si salvarono solamente le piccole abetine di Altovia e Cortino, da tempo trasformate in abetine pure. Lo scarso assortimento del loro legname fu, si può dire, la loro salvezza, in quanto di scarso interesse economico e fuori dal raggio d’azione delle ditte boschive. Basti pensare che dal 1700 ad oggi, la superficie occupata dall’abete è, più o meno, sempre la stessa. Venne eliminata la “Metella”, strada lastricata che secondo alcuni studiosi ri­saliva al periodo classico e che attraver­sava il Bosco della Martese per diriger­si nel versante laziale del monte (Alesi et al., 1992). Gli altri nuclei, quelli laziali e quelli marchigiani, ebbero meno fortuna. Sui versanti laziale e marchigiano, la ceduazione e la riduzione intensiva del­la faggeta provocarono una rapida ed inesorabile rarefazione dell’abete che nel Lazio è scomparso oramai da alme­no duecento anni. Per contro, nella val­lata di Umito, in territorio marchigiano, l’abete, nonostante l’intensa ceduazione del bosco, è riuscito a superare il mo­mento critico degli ultimi cento anni, anche se ha perso gran parte del terreno occupato in passato. Basti pensare alle “Abisaje” di Monte Acuto, prosecuzio­ne della Valle della Corte, distrutte nel secolo scorso. Nel frattempo la foresta di S. Gerbone era stata assunta dallo Stato ed era iniziata l’opera, non sempre riuscita, di rimboschimento delle aree denudate cinquant’anni prima. Ancora oggi sono visibili e percorri­bili le numerose piste utilizzate dai carbonai che percorrono in ogni direzione i versanti della Valle del Rio Castellano e Castellana e le ceppaie colossali di abete e faggio marcescenti che stanno lì a testimoniare la loro pas­sata esistenza. Altri tagli, anche se di moderata intensità, sono stati fatti fino all’istitu­zione del Parco Nazionale del Gran Sas­so-Laga. Da notare la grande lacuna dei bo­schi compresi tra il Bosco della Martese ed i nuclei di Cortino. Solamente per il Fosso della Fiumata si è appreso dai locali che, decenni addietro, l’abete era ancora presente anche in quei boschi e tale testimonianza è comprovata dal ritrovamento nel Fosso sopra Padula, svariati anni fa, di un tronco di abete seppellito nei sedimenti, del diametro di circa 50 cm. Nessuna traccia, presente e passata, abbiamo per i grandi boschi del versan­te meridionale, governati generalmente a fustaia ed in buone condizioni di vegetazione.Il nucleo di Crognaleto (Valle Troc­ca), segnalato dal Banti, è scomparso.

Diffusione attuale dell’abete

 
L’abete è presente esclusivamente sul versante teramano e marchigiano. Le zone dove si rileva la presenza dell’abete sono, nell’ordine da nord verso sud: Valle della Corte, Valle del Rio Castellano, Valle Castellana, Fosso Malvese, Cortino ed Altovia.
 
Valle della Corte
 
Il nucleo rientra nella regione ammi­nistrativa Marche. Il soprassuolo riscontrabile nella vallata è rappresentato da un ceduo di faggio invecchiato, di età superiore ai 40/50 anni in parziale avviamento all’alto fusto. Le piante d’abete sono distribuite in maniera abbastanza uniforme lungo l’intero versante settentrionale del M. Cesarotta e del Colle dell’Abete. Le piante sono assimilabili a due classi cronologiche. La prima è rappresentata da sporadici esemplari, quasi tutti secchi, di aspetto solenne e dimensioni ragguar­devoli (fino a 80 cm di diametro); la seconda da nuclei di rinnovazione, in parte aduggiata dal ceduo di faggio, dispersa lungo tutto il versante del monte, da 800 fino ad oltre 1600 metri. Le giovani piante d’abete riescono spesso ad oltrepassare il piano domi­nante del faggio, assicurando la perpe­tuazione della specie nella località. Notizie storiche sulla passata presenza dell’abete in quest’area della Laga ci indicano una diffusione notevolmente superiore all’attuale. Fino al XVIII secolo si parla di abetine che si dispiegavano fin quasi alla confluenza con la Valle del Tronto, nella località “Monte Acuto”. Nel basso corso del torrente (Fosso della Montagna) sono stati trovati tronchi di abete nel fosso, seppelliti nei sedimenti fluviali.
 
Valle Rio Castellano
 
Il soprassuolo è costituito da una giovane fustaia di faggio, tendenzial­mente coetaneiforme, nella quale l’abe­te è ampiamente disseminato, talora sotto forma di piante isolate, tal’altra con nuclei coetanei, di 80-100 anni, puri di discrete dimensioni ma di statura contenuta (15­-20 m). Nella valle si incontrano anche tratti di faggeta cedua, derivante dal taglio di piante giovani. La parte superiore del bosco è orlata da una fustaia coetaneiforme di prote­zione ricca di esemplari centenari di faggio; nei pressi dello stazzo Pelone si trova una sottile striscia di faggeta coetanea di protezione non utilizzata negli anni ’50; abbondantissimo il mirtillo (Vaccinium myrtillus L.) nel sottobosco. Le prime piante di abete si incontrano nella parte bassa della vallata a meno di 900 m, lungo il corso del torrente, ma i nuclei più consistenti sono situati sul versante settentrionale del C.Romicito. Complessivamente, rispetto a quanto indicato dal Banti, si osserva una riduzione nella consistenza dei nuclei di abete. E’ verosimile che il novellame indicato dal Banti sia rappresentato oggigiorno in parte dalle piante adulte, mentre quelle adulte in passato siano state in buona parte tagliate negli anni Cinquanta; le poche rimaste sono tozze e rastremate perché cresciute isolate per molti anni e, per gran parte, sono in deperimento. Per contro, si osserva una maggiore quantità di rinnovazione, ma l’aspetto complessivo dei soprassuoli, tranne alcuni tratti (C. Romicito nord), assimilabili a bosco vetusto, è abbastanza scadente. Le dimensioni raggiunte dagli abeti secolari sono notevoli: sotto il C.Romicito alcuni esemplari di età superiore ai 200 anni, già riserve Ottocentesche, superano il metro di diametro per 30 di altezza. Si evince ancora, osservando le riserve sopracitate, come il soprassuolo fosse formato da abeti di elevata statura ed ottima forma. Queste piante sono situate di preferenza su banconi di roccia affiorante e nei punti più esposti. Nel Fosso Ravetta, laddove Banti aveva indicato la presenza di popolamenti più consistenti, l’abete è meno frequente; quasi certamente i tagli in quel settore hanno eliminato gran parte delle piante rilevate dall’Autore. Nonostante questo, l’abbondante rinnovazione di abete lascia sperare in una prossima ripresa della specie. Piante ultrasecolari e monumentali si trovano anche sotto il M.Pelone. Nel Fosso della Pacina e nel Fosso Ravetta si trovano numerosi esemplari di aspetto solenne, molti dei quali sono secchi o schiantati. In particolare, una pianta gigantesca e policormica ricorda per il portamento un Cedrus atlantica. Altri grossi abeti si trovano nella regione “Carbonara” e sono ben visibili dalle prese dell’Enel. Le riserve rilasciate negli anni Quaranta e Cinquanta, di dimensioni inferiori a quelle rilasciate nei tagli precedenti, sono tutte deperienti o secche, a riprova di una fertilità stazionale inferiore rispetto a quella documentata dai faggi monumentali. La rinnovazione è abbondante quasi ovunque. Le giovani piante mostrano di avere incrementi in altezza sostenuti e constrastano abbastanza bene l’invadenza del faggio. La maggiore abbondanza di rinnovazione si ha tra i 1200 ed i 1500-1600m di quota. Al di sopra di tale quota si rinvengono solamente sporadiche piantine aduggiate sotto la faggeta a densità colma o cedua. I nuclei più abbondanti sono situati, di norma, nelle vicinanze delle riserve più grandi. Sul versante che guarda a mezzogiorno, in territorio amministrativo delle Marche, l’abete è più che sporadico; alcune piante sono presenti nella parte bassa della valle, mentre nuclei di impianto artificiale, risalenti al 1918-20, si trovano nei pressi della Casermetta di San Gerbone, associate a Pinus nigra Arnold, Picea abies Karst, Larix decidua Miller,. Piante isolate si rinvengono anche nel versante orientale del Colle Romicito, ma sono molto sporadiche.
 
Valle Castellana – Bosco della Martese
 
Il famoso Bosco della Martese si trova nel settore centro orientale della Laga. Il soprassuolo è formato da una  fustaia adulta di faggio coetanea, dell’età compresa tra i 60 ed i 120 anni. La fascia superiore centrale del bosco, oltre i 1600m, è edificata da un ceduo di 90 anni circa, in condizioni vegetative mediocri.  L’abete si trova solamente nella fustaia, non riuscendo a penetrare nel ceduo, edificato da faggio allo stato di purezza. Le condizioni dell’abete sono diverse da quelle rilevate nell’adiacente Rio Castellano, Il bosco è verosimilmente più sfruttato ma, nonostante tutto,  le piante monumentali sono in numero discreto, anche se la maggior parte secche o deperienti. Le zone più ricche di grossi abeti sono: Colle dell’Abete, Fosso dell’Acqua Morta, Fosso della Seccinella, Fosso della Tentazione. Gli esemplari più grandi superano il metro di diametro ed i 30 metri di altezza. Anche in questo bosco l’abete è dif­fuso con nuclei puri coetanei e con piante sparse. L’età di questi nuclei è superiore rispetto alla Valle del Rio Castellano. Difatti, nella parte bassa del bosco, le piante raggiungono anche i 30-32 metri ma vi sono esemplari che si spingono fino a 39 metri di altezza (Gallucci V, Colarossi M., Urbinati C..,…) con volumi di tutto rispetto. Nel lavoro di Gallucci, Colarossi e Urbinati (op. cit), sono riportati notevoli valori dendrometrici , con volumi che raggiungono anche i 1059 mc/ha, a riprova della notevole resilienza del consorzio misto faggio/abete, anche in seguito ad eventi drastici quali sono i tagli a raso con riserve.  Altri nuclei si trovano sul versante meridionale del Colle Romicito nella località “La Piana” e nella “Costa della Solagna”, nella parte bassa della valle, a 1300-1400 metri. Sono nuclei puri di piccole dimensioni che rappre­sentano gruppi di rinnovazione liberata dai tagli sopracitati. La rinnovazione avviene di prefe­renza nella fustaia rada o nei nuclei in rinnovazione; comunque nei punti più illuminati. La maggiore quantità di rin­novazione si ha tra le quote di 1200 e 1500 metri. Più in alto, le sole piante di abete presenti sono quelle monumenta­li. È ancora ben visibile la tagliata della teleferica che partiva dal Ceppo, attra­versando l’intero bosco e le tagliate delle teleferiche secondarie. Di questo bo­sco si sa anche che i tronchi venivano trasportati per mezzo di una decauville di 6km, che partiva dal Fosso della Tentazione e terminava al Ceppo, oppure fluitati lungo il corso del torren­te (Gabrielli A., 1990; Mesi et al., 1992). Anche nel Bosco della Martese si nota, rispetto alle descrizioni del Banti, una maggiore presenza di novellame ed un’elevata presenza di piante secche e deperienti: le riserve degli anni quaran­ta e cinquanta. Degna di nota è la striscia di faggi ginocchiati, curiosamente isolata dal bosco sottostante, che orla il margine superiore della Martese, in corrispondenza dei Jacci di Verre, risultato del rilascio di una fascia di protezione, rimasta poi isolata a causa del pascolo, durante i tagli dei primi anni del Novecento.
 
Cortino
 

I nuclei di abete che orbitano attorno all’abitato di Cortino si trovano nella parte sud-orientale dei Monti della Laga, nel bacino idrografico del fiume Vomano. Le abetine sono in parte pure ed in parte miste con faggio e carpino nero; si trovano ad una altitudine media note­volmente più bassa rispetto ai settori de­scritti in precedenza. L’abete è presente nelle seguenti località, da oriente verso occidente: M. Bilanciere, Selvetta, Col­le Micedi, Selva di Comignano, Fonte della Spugna, Prati di Lame, La Collina, Coste della Croce, Coste Laretta, Fosso Zingano, Cafrascale, Bosco Favale, Pe­rone. A queste si devono aggiungere le piante sporadiche che sono state osser­vate nel fosso sotto Cortino, sotto il Pra­to Pantanelle (Altovia), nella faggeta del Colle Martino e nel bosco sopra il Molino di Valle Vaccaro. La quota di vegetazione è compresa tra gli 800 ed i 1435 metri. Il raggruppamento più este­so occupa tutto l’acrocoro centrale della Collina (1435 m). Le abetine pure sono denominate “Abetina di Fonte Spugna” e “Selva di Comignano”. Si tratta di due piccoli nuclei di circa 6-7 ettari ciascu­no, un tempo disgiunti e che ora si pre­sentano senza più soluzione di conti­nuità. La struttura è prevalentemente coe­tanea, anche se piccole superfici sono irregolari. Le dimensioni raggiunte dal­l’abete sono modeste; generalmente non superano i 20-25 metri di altezza ed i 50-60 centimetri di diametro. Eccezio­nalmente, come sulla sommità della Collina, si riscontrano esemplari di 70­-90 cm, ma sono in numero esiguo. Ri­spetto alle descrizioni del Banti si nota una maggiore estensione del nucleo principale, che si è esteso ad abbraccia­re l’intero bosco “Caparrecce” ed ha ol­trepassato il crinale del monte per ini­ziare a discendere nel ceduo di faggio di Macchiatornella. Molte piante situate nei luoghi più esposti sono sradicate o cimate dalla galaverna.

La rinnovazione è attivissima, sia nei tratti di abetina rada che nel ceduo di faggio avviato all’alto fusto. L’abete, in questo ambiente, riesce a colonizzare le superfici pascolive abbandonate ed invase dal ginepro e dal cinto (Cistus in­canus L.). Difatti, lungo le pendici orientali del M. Bilanciere si riscontra­no migliaia di abetini, chiaramente sof­ferenti, che spuntano dai cespugli di gi­nepro e che raggiungono a malapena i 4-6 metri di altezza. Condizioni miglio­ri si hanno laddove sono stati effettuati rimboschimenti con essenze diverse (Pinus nigra Arnold, Pinus nigra Arn. subsp. laricio Maire, Abies cephalonica Loud, Abies numidica De Lannoy, Abies pinsapo Boiss, Picea abies Karst.) e laddove l’ostrieto ha ripreso vigore dopo l’evidente ridimensiona­mento del pascolo. In questi casi le di­mensioni raggiunte dall’abete sono net­tamente superiori e migliori sono anche le sue condizioni vegetative. I locali confermano quanto esposto sopra, asserendo che fino agli anni ’40 il pascolo caprino ostacolava continua­mente la rinnovazione dell’abete, impe­dendone l’espansione nei boschi limi­trofi e che il fenomeno dell’espansione dell’abete è iniziato a partire da quella data. A conferma di ciò sta il ritrovamen­to di numerosi piccoli nuclei secondari di abete che gravitano attorno ai tre nu­clei di Cortino ed Altovia. Le condizioni vegetative dei gruppi puri di abete sono buone, ma si nota un’eccessiva degradazione dei suoli, fatto questo dovuto in buona parte al­l’eccessivo pascolamento ed all’accli­vità dei versanti, aggravati dalla natura argillosa delle montagne. Le abetine di Altovia (Cafrascale e Castello) sono costituite da due piccoli nuclei di abete puro, circondati da superfici nude e da cedui di faggio. Con­frontando l’immagine presente nel lavo­ro del Banti con l’aspetto attuale si nota come ben poco sia cambiato nel lasso di tempo intercorso. Si assiste solamente ad una maggiore copertura arbustiva ed arborea delle aree limitrofe, indizio di un abbandono progressivo della zona. Inoltre, si nota una evidente espansione dell’abete nei fossi, nei gineprai e nelle superfici scoperte. La struttura è coetanea e la rinnovazione avviene, anche in questo caso, nelle radure, tra i cespugli e nel ceduo di faggio non eccessivamente denso.

L’età delle abetine di Cortino non è elevata (60-120 anni), in quanto i tagli, data la vicinanza dei centri abitati, sono stati eseguiti sempre con intensità più o meno costante. Tuttavia, si ha l’impres­sione che l’età fisiologica di queste piante sia nettamente inferiore a quella riscontrabile nei settori più elevati della Laga. Difatti, la maggior parte degli esemplari di dimensioni maggiori ed età più avanzata presentano, nella maggior parte dei casi, la chioma a nido di cico­gna e chiari ed evidenti sintomi di depe­rimento, non rapportabili ad infezioni fungine (Armillaria e Fomes). Oltre a queste ristrette aree, l’abete era presente, fino a non molto tempo fa, anche più ad oriente, come testimonia il nome del borgo “Abetemozzo“, a non più di 5 km di distanza da Cortino.

Impianti artificiali di o con abete so­no presenti in molte località: al Ceppo, nel Bosco della Langamella, lungo il corso del Rio Fucino (sotto la diga), nel Fosso di Selva Grande, alla Fonte Restoni, ecc: Tutti questi impianti, di 40/­70 anni, si trovano in ottime condizioni vegetative e spesso presentano già rin­novazione nelle adiacenti faggete o cer­rete. Da notare che non si è verificato quanto previsto dal Banti oltre sessanta anni fa, ossia la prevedibile “parabola discensiva dell’abete” nei boschi puri di tale specie, a vantaggio del faggio; la cosiddetta “alternanza” non c’è stata né sembra debba verificarsi nell’immedia­to futuro. Al contrario, l’abete continua ad invadere tutte le formazioni boschive limitrofe.

Da segnalare la criticità delle abetine della Laga dovuta al potenziale inquinamento genetico proveniente dai rimboschimenti adiacenti. Senza ombra di dubbio, i gruppi di Abies cephalonica Loud. presenti nella contrada del Ceppo rappresentano un grosso pericolo per le abetine della Martese e del Rio Castellano, così come il rimboschimento del M. Bilanciere, dove vi sono autentiche “insalate” di Abies (alba, cephalonica, numidica) . A tale riguardo si rimane attoniti di fronte alla notevole mole di ricerca effettuata in passato nei confronti dei nuclei residui di Abies alba Mill. appenninici, con tanto di ricerche finanziate e convegni, che stridono fortemente con l’assenza totale di interventi pratici adeguati volti alla loro salvaguardia. In merito al rischio di inquinamento genetico dell‘A. alba con l’A. cephalonica, tale rischio concreto si palesa in una ibridazione tra le due specie, largamente interfertili, che comporterebbe una perdita di competitività  nei confronti del Fagus sylvatica L..

Considerazioni

Anche sui Monti della Laga l’abete è ridotto a vegetare nei distretti “meno antropizzati” del massiccio. Nel passato la specie fu molto più abbondante, co­me già ampiamente descritto nel capito­lo “Vicende storiche”. Tuttavia oggigiorno l’abete svolge ancora un ruolo importante nella edifi­cazione delle cenosi forestali locali. I popolamenti meglio conservati e di più alto valore biologico e selvicolturale sono certamente quelli della valle Rio Castellano e del Bosco della Martese. Da notare un aspetto singolare: i popolamenti situati presso i centri abita­ti sono puri, mentre quelli posti in loca­lità meno accessibili sono sempre misti con faggio ed altre latifoglie. Lo stesso accade nel Molise. È evidente che la formazione pura di abete è di origine colturale. Le abetine di Cortino sono analoghe, anche se in scala molto più ridotta, al bosco “Abeti So­prani” di Pescopennataro ed all’abetina di Rosello, entrambe nell’alta valle del Sangro. Anche qui le abetine somo situate proprio alle porte del paese, apparentemente in contrasto con la teoria secondo la quale a maggiore distanza dai centri abitati equivale una maggiore conservazione degli ambienti forestali. Ebbene, è probabile che il bosco puro sia stato creato e mantenuto artificialmente proprio per fornire legname da opera, mentre il ceduo di faggio forniva (e fornisce) il combustibile. Non a caso, molti infissi e travature delle abitazioni sono state realizzati con legno di abete. Si ha la netta impressione che molti paesi dell’Abruzzo, della Toscana e del Molise avessero il proprio bosco di abete dal quale ricavare i diversi tipi di assortimento legnoso necessari ai lavori urbani ed anche come prodotto da vendere sul mercato, sempre affamato di legname da opera. Probabilmente, le abetine di Monte Acuto, di Nerito e di Abetemozzo, asservivano a questo scopo. Quanto esposto è confermato dalla struttura delle abetine stesse: si notano benissimo dei centri di vegetazione puri, circondati da formazioni miste di abete con altre specie, evidente conseguenza di infiltrazioni successive. D’altronde, lo stesso fenomeno si sta verificando e si è verificato in altri rimboschimenti secolari di abete realizzati lungo l’intera catena appenninica. L’unica differenza risiede nel fatto che in questo caso  la memoria storica si è persa. Lo stesso si potrebbe dire dei non lontani paesi marchigiani di Abetito e Pian d’Abete e di quello umbro di Abeto, tutti gravitanti nell’area dei Sibillini. Anche questi borghi si trovano ad altezze comprese tra i 700 ed i 1000 metri e tutti ricordano boschetti puri di abete scomparsi da secoli (Rovelli, 1995). La vicinanza dei paesi ha consentito a queste abetine di giungere fino a noi, ma nella maggior parte dei casi, vicende storiche diverse hanno favorito la loro scomparsa negli ultimi duecento anni. L’abetina di M.Acuto venne rasa al suolo per fornire legname ad Ascoli Piceno; quella di Nerito sembra per procurarsi nuova terra da coltivare (Banti, 1939) e quella di Abetemozzo per eccessiva cupidigia del proprietario. Stessa sorte stava toccando all’abetina di Altovia (Cafrascale): all’epoca del Banti si si stava disboscando la porzione orientale del bosco per procurarsi nuova terra da coltivare. Tutte queste abetine avevano un fattore comune: si trovavano nelle immediate vicinanze di paesi ed erano tutte situate ad altezze medio basse, generalmente non oltre i 1200 metri. Tutte allignavano su suoli marnoso/arenacei e tutte avevano boschi misti di faggio e abete più a monte. Volendo suggerire un’ipotesi, forse eccessiva ma provocatoria, si potrebbe azzardare che questi boschetti fossero di impianto artificiale, realizzati mediante il prelevamento di selvaggioni dalle allora floride foreste montane.

La struttura attuale dei boschi della Laga è il risultato di una serie di massicci interventi selvicolturali, ripetuti nel tempo con cadenza circa trentennale, che hanno avuto inizio 160 anni fa. Attualmente, dopo tali pesanti interventi, la fertilità dei suoli, tranne documentate eccezioni, è notevolmente scemata. La vegetezione dell’abete è discreta e la specie è in ripresa quasi dovunque laddove le utilizzazioni hanno lasciato una quantità sufficiente di riserve. La rinnovazione è presente e riesce a sopraffare il faggio quando le condizioni di luminosità e di densità della faggeta lo permettono. La rinnovazione di abete è quasi assente alle quote più elevate, soprattutto nel Bosco della Martese, dove la ceduazione della faggeta ha creato un soprassuolo molto denso. Nella valle del Rio Castellano si è osservata una ricca rinnovazione d’abete nei vuoti creatisi da un paio di piccole frane avvenute tra il C.Romicito ed il M.Pelone, ad oltre 1700 metri di altezza e nel crestone dove si trova il monumentale abete che somiglia ad un cedro, a 1620 metri. Per quanto riguarda il Bosco della Martese, la ceduazione della faggeta, unitamente alla quota, impediscono e/o rallentano la degradazione della lettiera del faggio, ma la presenza di abeti monumentali sparsi nel ceduo indicano la potenzialità di vegetazione della conifera anche alle quote più elevate. Le utilizzazioni intensive hanno provocato l’inesorabile erosione e dilavamento di buona parte dell’humus e del suolo e questo è ben visibile osservando gli apparati radicali quasi scalzati che possiedono molte riserve di faggio e abete, nonché la diffusione del mirtillo nel sottobosco. Tale stato di cose è stato aggravato anche dal pascolo, di fatto incontrollato, che per molti anni ha attraversato le tagliate, contribuendo così alla formazione di oasi di ceduo all’interno delle fustaie. La fisionomia di questi boschi è analoga a quella di tutte le foreste appenniniche utilizzate massicciamente negli ultimi 150 anni. Nella parte bassa i soprassuoli sono coetanei a densità normale o  colma, indici di pratiche colturali (diradamenti e sfolli) abbastanza costanti. Procedendo verso l’alto e nella parte più interna delle vallate la fisionomia diviene sempre più difforme e ricca di piante vecchie, nuclei di rinnovazione e spessine mai diradate, alberi monumentali, ecc.; tutti aspetti che denotano utilizzazioni intense e concentrate nel tempo. Questo aspetto diviene preponderante alle quote più elevate e laddove le difficoltà di esbosco divengono sempre più consistenti e gli interventi sono sempre più antieconomici. Allora si hanno spesso fustaie biplane, spessine e perticaie densissime e numerose vetuste riserve di faggio e abete deperienti o secche in piedi oppure crollate al suolo.

Infine, nel bacino del Rio Castella­no, il limite superiore del bosco è orlato da una fustaia coetaneizzata di protezio­ne costituita da piante di età superiore ai 200 anni. Gli stessi caratteri si ritrovano nell’adiacente Valle Castellana, ma, come già detto in precedenza, in questo caso la parte superiore del bosco è edi­ficata da un fittissimo ceduo, dell’età approssimativa di 60-80 anni a cui biosgna aggiungere la curiosa striscia di faggi sciabolati staccata dal bosco sottostante. In mezzo al ceduo si rinvengono, abbandonati sul letto di caduta, i tronchi cariati e le cep­paie marcescenti di grossi abeti e faggi tagliati dopo la visita del Banti. La tra­sformazione di questa fascia altimetrica del bosco in ceduo ha definitivamente escluso l’abete dal consorzio boschivo. È interessante notare come l’abete, nella Valle del Rio Castellano, rimanga confinato nel lato abruzzese, rifuggen­do, almeno apparentemente, la parte marchigiana (gli esemplari presenti sono più che sporadici). Ciò sta ad indi­care una diversa gestione del patrimo­nio boschivo. Difatti nella parte marchi­giana i boschi sono esclusivamente cedui e la parte di proprietà demaniale, attualmente governata ad alto fusto,  è il risultato di una conversione effettuata al momento del­l’acquisto da parte dello Stato. Infine, le analisi polliniche eseguite dal Marchetti negli anni ’30 hanno comprovato la pre­senza dell’abete anche sugli altri ver­santi fino negli strati più superficiali. Questo testimonia inequivocabilmente una maggiore diffusione della specie fino a pochi secoli addietro su un’area ben superiore a quella rilevata attraver­so i toponimi e le indicazioni dei locali. La produttività dei boschi della Laga è buona, anche se in passato lo era certamente di più. I rilievi dendrometrici hanno evidenziato una grande ripresa dei soprassuoli misti di faggio e abete nonostante i tagli scriteriati del passato. I cedui puri di faggio sono in costante ripresa ma i volumi sono nettamente inferiori ai soprassuoli misti con l’abete. Le formazioni di Cortino raggiungono i maggiori volumi perché situati in zone più favorevoli dal punto di vista climatico e perché meno sfruttate negli anni ’50-’60.

Conclusioni

Come abbiamo visto, la presenza dell’abete nel comprensorio della Laga è dovuta a due fattori nettamente oppo­sti: la lontananza dalle grandi arterie e dai grossi centri e la vicinanza a piccoli centri dediti all’agricoltura ed alla pastorizia. Il primo fattore ha determi­nato la conservazione, quasi integrale, fino a non più di cento anni fa, di estesi consorzi boschivi edificati dal faggio e dall’abete, mentre il secondo ha portato alla formazione di piccoli nuclei di abete coltivato allo stato puro, situati alle porte dei paesi. Inoltre, come anche per la maggior parte delle faggete del centro-sud, le utilizzazioni intensive dell’ultimo secolo hanno provocato una contrazione dell’areale di vegetazione della specie la quale, tuttavia, conserva sui Monti della Laga più che altrove, il carattere di specie edificatrice di con­sorzi misti con il faggio nella fascia calda e fredda del Fagetum. Infine, la costituzione del Parco Nazionale del Gran Sasso-Laga lascia ben sperare in una prossima rivalorizzazione di questi boschi, meritevoli di una maggiore attenzione da parte dei tecnici preposti alla loro gestione e conservazione.

DATI DENDROMETRICI DEI BOSCHI DELLA LAGA:   Monti della Laga

RIASSUNTO

Sulla catena della Laga è presente un importante centro di vegetazione di abete bianco; certamente uno dei più importanti dell’intera catena appen­ninica. La specie è localizzata sul versante orientale del massiccio. L’autore ne descrive la distribuzione, l’ecologia e, sulla base di testimonianze e docu­menti, ne ricostruisce la passata diffusione. Anche sui Monti della Laga, l’abete è in costante ritiro da tutte le località maggiormente interessate dalle attività antropiche. Infatti, la specie si è conservata solamente nelle aree più interne della Laga ed in quelle interessate dalle utilizzazioni forestali solamente nell’ultimo secolo.

Infine, l’autore esamina la presenza di abetine pure nei pressi di alcuni centri abitati, giustifi­candone l’esistenza con l’azione selettiva del­l’uomo, che ha eliminato le altre specie meno pregiate per garantirsi un rifornimento costante di legname da opera.

SUMMARY

SILVER FIR (ABIES ALBA MILL.) ON THE
LAGA MOUNTAINS

A very important centre of Silver fu vegetation is present on the Laga Mountains; certainly one of the most important of the whole Apennines chain. The species are concentrated on the east side of the massif. The author describes his distri­bution, the ecology, and reconstructs the past dif­fusion on the basic of evidence and documents. On the Laga Mountains too, the fir wood is con­stantly retreating, from all the localities more interested by antropic activities. In fact, the spe­cies remain only in the more interior Laga zones and in ones interested by the forest utilization only of last century. At last, the author examines the presence of fir wood, near some towns and deduces that the human selection has eliminateti less valuable spe­cies in order to secure a constant supply of timber.

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3 commenti

  • cristiano ha detto:

    Molot bello ed esaustivo, incredibili le numerose testimonianze antiche e ancor più incredibili sono i commenti pro-natura già presenti alla fine dell’800! Non l’avrei mai detto che qualcuno avesse notato e criticato lo sfruttamento intensivo in maniera così acuta e scientifica.
    Una cosa non mi è chiara: il ph del terreno è 4.5/6.5…(acidi), subito dopo scirvi:
    Prevalgono i suoli bruni lisciviati (quindi basici, da liscivia)…oppure lisciviati significa privati della liscivia, quindi della componente basica del terreno?

    • Enrico Rovelli ha detto:

      gli “ecologisti” ci sono sempre stati, solo che erano una frazione infinitesimale della popolazione ed avevano contro una società rurale assai sviluppata e motivata.
      I suoli lisciviati sono quelli privati della componente organica e delle basi e quindi acidi e poveri

  • Fabrizio Sulli ha detto:

    articolo e galleria bellissimi , sempre un piacere leggerli. Secondo me, la minaccia attuale all’abete e alle foreste, è rappresentata da un ritorno alla legna e alle coltivazioni in quota. Sul progetto praterie del parco, si nomina la laga per nuove utilizzazioni a pascolo, per ridurre il carico su Campo imperatore…una scelta del genere, se non controllata, annienterebbe le rinnovazioni.

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