Un bosco vetusto dell’Appennino abruzzese

INTRODUZIONE

La maggior parte delle foreste orofi­le appenniniche è costituita da faggete allo stato pressoché puro. Solamente l’acero di monte (Acer pseudoplatanus L.), il pino laricio (Pinus lancio Poir.) e l’abete bianco (Abies alba Mill.) riesco­no, sporadicamente, ad entrare più o meno stabilmente nella faggeta, ma senza dominarla. Difatti, sull’Appennino il faggio domina incontrastato, edifi­cando da solo la quasi totalità dei boschi.
Attraversando le montagne appenni­niche, eccezionalmente si possono attraversare dei lembi di bosco poco uti­lizzati o con composizione diversa da quella solita; più frequenemente, al posto delle faggete si incontrano delle squalli­de pietraie e steppe inaridite dal caldo sole mediterraneo. Tratti di faggete stramature, imponenti e vecchie con caratteri di bosco vetusto, si trovano sulle montagne del Parco Nazionale d’Abruzzo, sotto forma di fustaie di protezione, generalmente al limite superiore del bosco.
Nell’Appennino centrale, l’azione antropica, nel corso dei millenni, ha determinato la scomparsa quasi generalizzata del consorzio misto submontano di cui il cerro è frequente­mente rimasto l’unico rappresentante. Nella maggior parte dei casi, la cedua­zione ha impoverito la composizione dei soprassuoli eliminando o rarefacendo gli elementi più mesofili ed esigenti (frassino, olmo, aceri) o a legname pre­giato (tiglio, ciliegio), a vantaggio delle specie più rustiche e più resistenti alle frequenti ceduazioni (carpino nero, orniello, ecc.). Unica eccezione è rappresentata da alcune montagne del Molise, dove spesso si incontrano asso­ciazioni forestali molto interessanti su suoli derivanti da rocce marnoso-arenacee (Abbate G, 1982; Rovelli E., 1992), a quote medio-basse (800-1200 m), ossia nella sottozona calda del Fagetum. Anche lì, le specie che si associano al faggio sono le stesse che si riscontrano nel boschetto misto dei Simbruini, oggetto di questo lavoro, rilevato in Abruzzo.
Proprio nella catena dei Simbruini, in comune di Castellafiume (Aq), si trova un lembo di bosco misto vetusto racchiu­so all’interno di una rigogliosa fustaia di faggio e, fatto alquanto insolito, alla quota di 1700-1791 metri, perciò nella sottozona fredda del Fagetum. Si tratta di “un’isola arroccata” su un colle roccioso nella zona della “Catena della Renga”, non distante dalla località sciistica di Campo Staffi. Sulla cartografia ufficiale dell’I.G.M. la vetta in questione è senza nome; l’unico riferimento è la quota: 1791 m. La stazione è ben visibile dall’ester­no e, ad occhi esperti, non può sfuggire il caratteristico profilo delle piante secolari e delle strutture irregolari, visto che il nucleo si trova al’interno di fag­gete più o meno coetanee. La superficie si aggira intorno ai 6-7 ha. Il rinvenimento del sito è avvenuto nella primavera del 1989 ad opera dello scrivente e la notizia è già stata pubblicata in un numero della rivista Monti e Boschi, nel 1998.

Ubicazione del Bosco Vetusto della Renga

Ubicazione del bosco vetusto della Renga

CARATTERI DELL’AMBIENTE

L’ossatura geologica dei Monti Simbruini è costituita da calcari meso­zoici; diffusi i fenomeni di erosione riconducibili al glacialismo quaternario. Tutta la valle che ha inizio a Campo Staffi è stata interessata da un ghiac­ciaio lungo più di 10 km (Damiani A. et al., 1990). Il suolo è di tipo bruno acido/subacido, mediamente lisciviato, ma il suolo è scarsamente presente o addirittura assente in quanto si tratta di un’area rocciosa ed acciden­tata, profondamente carsificata, con accenni a formazione di karren.
Tutto il bosco è racchiuso in una grande conca carsica a due livelli, aper­ta a NE, che possiede, in basso, un evi­dente inghiottitoio a fessura di grandi dimensioni, ospitante un piccolo depo­sito di neve, spesso perenne.
Il clima è mediterraneo, ma con ari­dità estiva assente; la piovosità è supe­riore ai 1.500-1.600 mm annui. La nevosità è intensa ed il manto nevoso perdura fino a tutto maggio; eccezional­mente si è riscontrata la presenza di neve nel bosco anche in giugno. La forma a catino facilita l’accumulo della neve che poi rimane protetta dalle chio­me degli alberi.

COMPOSIZIONE

Le specie arboree ed arbustive osser­vate al’intemo dell’area esaminata sono: Fagus sylvatica L., Acer pseudoplatanus L., Acer platanoides L., Tilia platyphyllos Scop., Fraxinus excelsior L., Ulmus glabra Huds., Rhamnus alpinus L. spp. alpinus, Sorbus aucuparia L., Berberis vulgaris L..
La ripartizione percentuale specifica è, grossomodo, la seguente: 40% fag­gio, 30% acero montano, 15% acero riccio, 5% frassino, 5% olmo, 3% sorbo, 2% tiglio. La specie dominante è il faggio, ma nelle aree più accidentate prevalgono gli aceri ed il frassino; il tiglio è sporadico, le poche piante sono deperienti. L’olmo montano è presente nella parte superiore del bosco ed attor­no all’inghiottitoio, mentre l’intera dolina è orlata a sud da una siepe impe­netrabile di crespino, pero corvino (Amelanchier ovalis Medicus ssp. ovalis) e rosa pendulina (Rosa pendulina L.).
Nell’area sono state osservate anche le seguenti piante arbustive ed erbacee: Dryopteris filix-mas (L.) Schott, Paris quadrifolia L., Saxifraga rotundifolia L., Fragaria vesca L., Epipactis helleborine (L.) Crantz, Epipactis atrorubens (Hoffm.) Besser, Adenostyles gla­bra (Mill.) DC. subsp. glabra, Cardamine emmeaphyllos (L.) Crantz, Cardamine bulbifera (L.) Crantz, Prenanthes purpurea L., Lilium martagon L., Galium odoratum (L.) Scop., Geranium sylvaticum L. nel sottobosco e nei tratti con suolo profondo ed humus del mull; Geranium macrorrizhum L., Gentiana lutea L., Doronicum columnae Ten., Daphne oleoides Schreb., Lamium album L., Lamium maculatum L., Euphorbia amygdaloides L., Thalictrum aquilegifolium L., Lonicera alpígena L., Cotoneaster integerrimus, Paeonia officinalis ssp. villosa (Huth) Culi, et Heyw., Ribes alpinum L., Arabis alpina spp. caucasico (Willd.) Briq., Delphinium fissum Waldst et Kit., Aconitum lamarkii Reichemb., Campanula scheuchzeri Vili., nei tratti rocciosi e nelle chiarie. Un centinaio di metri più in basso è presente anche una sparuta colonia di tassi (Taxus baccata L.), dal portamento arbustivo.

STRUTTURA

All’interno del boschetto non sono state riscontrate tracce di utilizzazione recente; le uniche tracce rilevate sono: una piccola ceppaia, tagliata alta, del diametro di circa 20 cm, indica un taglio abusivo avvenuto diversi anni orsono, ed una piccola aia carbonile nei pressi dell’inghiottitoio. Nel bosco, peraltro, gli animali transitano eccezio­nalmente (perlomeno attualmente) poi­ché la rocciosità del sito non offre cer­tamente un buon alimento. Al contrario, gli animali selvatici, quali il cinghiale e, sembrerebbe dalle tracce trovate, l’orso, frequentano attivamente questo sito, evidentemente poco disturbato dall’uo­mo.
Nel 1989 il bosco è stato segnato con i caratteristici simboli del particellare, segno che è stato redatto un piano di utilizzazione boschiva. L’attuale struttura è il risultato, piuttosto evidente, di un taglio a raso eseguito nel XIX secolo, seguito da un altro intervento nel 1940-50, ma di lieve entità, cui non è mai seguito il taglio di sgombero. Le piante monumentali plurisecolari sono le riserve dei tagli del XIX secolo, eseguiti secondo i dettami della Legge Borbonica del 1826. Ancora negli anni ’90 era visibile, nel fondo dell’inghiottitoio, una rotella di faggio del diametro di circa 40cm, residuo del taglio del 1940-50, conservatasi per così lungo tempo grazie alla permanenza della neve.
La struttura prevalente è coetanea a gruppi: alcune zone sono riferibili a perticaie mentre altre strutture sono riconducibili a soprassuoli cadenti, edi­ficati da piante monumentali.
Nel complesso il boschetto è coeta­neo a gruppi. L’esemplare più grande era, fino al 1995, un’acero di monte e misurava 1,65 m di diametro per 28 di altezza. Oggigiorno, dell’acero rimane solamente un moncone in via di dissoluzione.
Anche il faggio raggiunge dimensioni notevoli; non sono rari individui di un metro di diametro. L’acero riccio e le altre specie raggiungono dimensioni inferiori; generalmente non oltrepassano i 50-60 cm di diametro ed i 20 metri di altezza. Il ranno occupa le posizioni più lungamente innevate, mentre il faggio si trova nelle nicchie più fertili.
La statura complessiva raggiunge i 30 m; la forma delle piante è slanciata e la chioma è densa ed inserita in alto. Al contrario, le vecchissime riserve sono perlopiù poco rastremate e molto ramose .  La quota elevata del sito non permette al frassino ed al tiglio di raggiungere forma e portamento discreti. Il frassino, perlomeno nell’area studiata, rimane quasi sempre nel piano dominato mentre il tiglio era confinato nelle zone rocciose, ma recentemente (2012) non è stato più ritrovato. La densità del bosco è alquanto variabile: colma nelle perticaie e scarsa nei pressi delle piante più vetuste. Sono presenti anche ampi vuoti colonizzati dal ranno e da rigogliosissime felci.

RINNOVAZIONE

La rinnovazione è complessivamente scarsa: prevale quella di acero di monte, acero ricci e, frassino. Si nota che il processo di rinnovazione del soprassuolo è molto lungo ed infatti, come già detto sopra, la struttura tende alla coetaneità per piccoli gruppi.

CONSIDERAZIONI

Come abbiamo visto, la superficie occupata da questo piccolo lembo di bosco misto è irrisoria se rapportata alla vasta estensione delle faggete simbruine.
In altre località dei Simbruini e dei Carseolani si riscontra l’esistenza di piante isolate di olmo montano, acero riccio (soprattutto sul M. Fontecellese), mentre il frassino lo si ritrova diffuso nei pressi del Piano della Renga in estesi consorzi puri a carattere pioniero e, per grandi piante isolate, alle “Vedute di Faito”, in territorio laziale; il tiglio compare sporadicamente in tutti i boschi di bassa e media montagna, nel Castanetum, della catena.
Tuttavia, al momento attuale, questo boschetto è l’unica località dove queste specie riescono a caratterizzare, nella regione e ad una quota tanto elevata, una discreta superficie di bosco ascrivibile al cingolo Quercus-Tilia-Acer di Schmid.
In questo caso, infatti, la posizione altimetrica occupata da questa formazione è nettamente eterotopica, in quanto, a fronte di un’altitudine “normale” che si aggira sempre intorno ai 500- 1.000 metri (eccezionalmente 1.200), questa volta ci troviamo quasi al limite superiore della faggeta. E evidente che il fattore “rocciosità” ha giocato un ruolo decisivo nel permettere alle specie di sopravvivere all’incipiente ed invadente faggio.
Ancora una volta la faggeta dimostra di essere una formazione in grado di escludere, pressoché totalmente, qualsiasi altra specie possieda le medesime esigenze ecologiche, relegando queste ultime in luoghi inospitali ed assolutamente marginali.
La presenza nello stesso bosco di altre specie tipiche dell’orizzonte degli arbusti dell’Appennino, sopravvissuti alle distruzioni operate dall’uomo all’interno ed al margine superiore delle faggete (ranno, sorbo, crespino), evidenzia maggiormente il carattere altomontano che questa formazione residua possiede.
Altre formazioni arbustive, molto interessanti sotto il profilo fitosociologico ed ecologico si trovano sulle vette limitrofe; in particolare sulla cima del M. Camiciola (1.701 m) è presente un arbusteto che ripropone, in versione ridotta e concentrata, tutte le specie già rilevate nel boschetto della Renga, arricchito da Rhamnus pumilus Turra, Iris marsica Ricci et Colas., Daphne mezereum L., Salix caprea L., Viburnum lontana L.

CONCLUSIONI

La catena dei Carseolani-Simbruini conferma, ancora una volta, di possedere un’importanza bioecologica di tutto riguardo. Oltre al boschetto esaminato, altre formazioni forestali possiedono caratteri e strutture interessanti dal punto di vista strettamente selvicolturale. La regione è particolarmente ricca di fustaie di faggio ben conservate e particolarmente estese, meritevoli di gestioni oculate, finalizzate alla valorizzazione di tale patrimonio collettivo. Inoltre, nella stessa direzione si dovrà procedere soprattutto laddove sussistono, come in questo caso, emergenze peculiari e difficilmente riscontrabili altrove.

RIASSUNTO

L’Autore descrive ed analizza le principali caratteristiche e peculiarità di un piccolo lembo di bosco misto deU’Appenmno abruzzese, situato nella catena dei M. Simbruini, ad una quota ecce¬zionalmente elevata per tali formazioni (1.700 m). La località è collocata all’intemo di una conca carsica, piuttosto rocciosa ed esposta a settentrione. La composizione ricalca quasi perfettamente formazioni forestali tipiche di ambienti subomontani più caldi. Le specie principali sono l’acero riccio (Acer platonoides L.), l’acero di monte (Acer pseudoplatanus L.), il frassino (Fraxinus excelsior L.), l’olmo montano (Ulmus glabra Huds.). Inoltre, l’Autore evidenzia il carattere seminaturale che questo piccolo lembo di bosco possiede, ricco di alberi di grandi dimensioni ed accompagnato da una flora arbu- stiva altrove piuttosto rara e per questo motivo da tutelare e valorizzare.

SUMMARY – NOTES AND CONSIDERATIONS ON A MIXED WOOD OF THE CENTRAL APPENNINES

The Author describes and analyses the principals characteristics and peculiarity of a small mixed wood of central Appenninnes situated on chain of Simbruini Mountains, at a share very elevated for such formings (1.700 mt). This locality is placed into of a karst basin, rather rocky one and exhibi¬ted at north. The composition treads almost perfectly typical woods of hotter hill environnments. Principal kinds of trees are: the norvegian maples (Acer platanoides L.), the sycomore (Acer pseudoplatanus L.), the ash (Fraxinus excelsior L.) and the elm (Ulmus glabra Huds.). Besides, the Author makes clear character seminatural that this small mixted wood possesses. It is rich of very big trees and accompanied by a bushes else rather rare and for this reason to guard and exploiting.

BIBLIOGRAFIA

Abbate G. (1982) – Le foreste della Riserva MAB “Collemeluccio-Montedimezzo” Doc. phytosoc., 12, pp. 291-303.
Bemetti G. (1995) – Selvicoltura Speciale, UTET, pp. 193-258.
Damiani A.V., Pannuzi L. (1990) – La glaciazione pleistocenica nell’Appennino laziale¬abruzzese. Nota V: I ghiacciai dei Monti Simbruini. Mem. Descr. Carta Geolog. D’It. vol. XXXVIII, pp. 215-250.
Rovelli E. (1992) – Aspetti forestali delle Mainarde. Progetto di valorizzazione ambientale delle Sorgenti del Volturno. Enel. Inedito.

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