Il Gigante dell’Appennino

Fraxinus in silvis pulcherrima, pinus in hortis, populus in fluviis, abies in montibus altis – Virgilio, noto poeta dell’antica Roma, in questo passo delle sue Bucoliche, evoca un remoto passato in cui i monti dell’Appennino “nereggiavano” di selve oscure, dimora di “feroci fiere” e banditi. Allora, gran parte di queste foreste erano costituite di faggi ed abeti – beninteso, non dei comuni e conosciutissimi alberi di natale (Picea abies – abete rosso), ma abeti bianchi (Abies alba) –

Ancor oggi la specie è diffusa in tutta l’Europa centro-meridionale. In Italia è presente in tutta la catena alpina, con particolare diffusione ai due estremi occidentali ed orientali e lungo tutta la catena appenninica, in nuclei ristretti ed isolati. In Sicilia è presente la specie simile “Abies nebrodensis”. La differenza tra l’abete rosso e quello bianco è difficilmente avvertibile ad occhi poco esperti anche perché, come accade diffusamente sulle Alpi (ed in una piccolissima area dell’Appennino – la valle del Sestaione), le due specie convivono nello stesso habitat. Vediamo di evidenziarne le diversità. La corteccia dell’abete bianco è color grigio-chiaro mentre quella dell’abete rosso è rosso-fulvo o rosata; gli aghi dell’abete bianco, non pungenti, sono schiacciati e presentano sul lato inferiore due linee bianche, mentre quelli dell’abete rosso sono a sezione romboidale, pungenti; le pigne dell’abete bianco sono erette, quelle dell’abete rosso pendule. Il nome latino trae origine dal termine greco “abios” che significa “longevo”. Infatti la longevità della specie è notevole, così come sono spesso eccezionali le sue dimensioni, soprattutto nell’Appennino. in alcuni documenti del XVI e XVII secolo è scritto che nella foresta della Verna (Arezzo), crescevano piante di abete alte fino ad 80 mt! Ultimo pallido ricordo è il malandato “abete di S. Francesco”  alto 44 mt per 2 di diametro. Ma non si tratta di casi isolati se pensiamo che negli anni ‘50 per la costruzione di una diga in Trentino venne abbattuta una pianta che presentava una circonferenza del tronco di ben 11 mt! E che dire degli abeti giganti della Corsica? Nella favolosa foresta di Marmano, nel cuore dell’isola, un gigante di oltre 500 anni svetta a 53 mt di altezza e 6.30 mt di circonferenza!, ma le altre piante che lo circondano non sono da meno. Colossi di 45 mt di altezza con più di 400 anni di età!

Abeti di impianto artificiale sui M.Carseolani. Età 100 anni

Abeti di impianto artificiale sui M.Carseolani. Età 100 anni

Anche nelle remote vallate dei Monti della Laga, nel Bosco della Martese, sopravvivono ancora piante colossali di abete, una delle quali raggiunge 1.5 mt di diametro e 35 mt di altezza. Ma lo spettacolo più impressionante è quello tramandatoci da un noto botanico d’altri tempi: Michele Tenore. Questo ardimentoso esploratore ottocentesco percorse, agli inizi del 1800, buona parte delle foreste del Meridione, lasciandone descrizioni molto interessanti e suggestive. Leggendo un suo resoconto datato 7 luglio 1827 a proposito del Bosco Iannace, nel massiccio del Pollino, dice: “Dopo 3 ore di cammino ci siamo trovati nel centro di una nera foresta, ove difficilmente umane orme s’imprimono. I faggi e gli abeti, di mole piucché colossale, si stringono per modo da non permettere l’adito che a qualche debole ed incerto raggio di luce”. Cento anni più tardi, nel 1936,  Orazio Gavioli, descrive gli stessi boschi con queste parole: “Gran numero sia di faggi che di abeti, sovente di colossali proporzioni sono deperiti, con i rami superiori ed i cimali disseccati”.

Anche sui Monti di Orsomarso, naturale prosecuzione a Sud del Pollino, il Prof. Biagio Longo, agli inizi del Novecento riporta con queste frasi l’impressionante spettacolo offerto da una natura ancora per buona parte selvaggia: “Gli abeti, giganteschi, spiccavano da lontano in mezzo ai faggi, oltre che per la mole maggiore, per la tinta più cupa del fogliame”, ma aggiungeva che “gli abeti ed i tassi vanno sempre più scomparendo perché abbattuti per utilizzarne il legname”. Infatti, se da un lato la solennità e la maestosità dei boschi di abete bianco suscitò nell’uomo sentimenti di ammirazione, dall’altro il pregio del suo legname ne ha decretato la scomparsa da molte regioni. Già gli antichi conoscevano il valore del legname d’abete e lo utilizzavano correntemente nelle opere edili. Sono di abete bianco alcune travature nelle case di Ercolano e sono dello stesso materiale anche molte costruzioni medievali e rinascimentali. L’abete bianco, dunque, era un tempo molto più diffuso sull’Appennino e ciò lo si evince anche dai numerosi toponimi ancora in uso: Abetito, Abeto, Petina, S. Stefano d’Aveto, Piantabete, e Abetemozzo, sono nomi di paesi che rievocano un passato ben diverso dall’attuale. Lo stesso Virgilio, nell’Eneide, cita un bosco di abeti a Cere, sul Monte Abbadone (da Abetone), a pochi chilometri da Roma. Tuttavia, il valore del suo legno ha fatto sì che alcuni ordini monastici, principalmente i Camaldolesi, iniziassero a coltivare industrialmente l’abete sin dal X secolo, contribuendo così indirettamente alla sua conservazione. Esempi mirabili di tale economia sono i vasti complessi forestali di Camaldoli, Vallombrosa e La Verna, in Toscana e Serra S. Bruno in Calabria, estesi per migliaia di ettari. Ora sono patrimonio dello Stato ed alcuni boschi sono inclusi nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi. Importante a livello europeo è la Riserva Integrale di Sassofratino, in Emilia Romagna. Questo piccolo lembo di bosco è molto importante poiché costituisce uno degli ultimi tratti di foresta mista di faggio ed abete bianco allo stato semi-naturale dell’Appennino.

– Abete bianco e faggio sono naturali compagni-antagonisti dei boschi, dal momento che le esigenze ecologiche delle sue specie sono simili. Di conseguenza, l’eliminazione dell’abete bianco provocò la graduale e decisa affermazione del faggio, che, oggigiorno, domina incontrastato nelle foreste appenniniche. Ma i monaci camaldolesi oltreché coltivare, esportarono anche in altre zone gli abeti sia per donazione, sia perchè, nel XV e XVI secolo si era creata una vera “moda” tra i nobili italiani, al punto che la maggior parte delle tenute italiane possedeva qualche esemplare di abete bianco piantato nei grandi e sofisticati giardini nobiliari. In molte ville toscane e nella tenuta dei Farnese a Caprarola (VT), vennero creati veri e propri boschi di abete, in parte ancor oggi esistenti.

Anche all’estero “l’abetomania” determinò un vasto impiego di questa specie, soprattutto nei ricchi parchi naturalistici francesi ed inglesi. In alcune tenute qualche esemplare è riuscito a raggiungere dimensioni di tutto rispetto. Come esempio si può citare il gigantesco abete che vegeta nella proprietà del Duca di Argyll ad Inveraray in Scozia: 56 mt di altezza per 2.50 mt di diametro! Un vero record poiché in Scozia la maggior parte degli abeti bianchi, a causa del clima non proprio ottimale per la specie, assumono una forma tozza ed a candelabro, al punto da poter essere confusi facilmente con i più famosi cedri del Libano. Tra le folte fronde dell’abete bianco trovano rifugio molte specie di uccelli e roditori; lo scoiattolo va ghiotto dei suoi semi ed il picchio nero scava enormi fori nei tronchi marcescenti degli esemplari morenti e secchi alla ricerca di insetti scolitidi (insetti che scavano gallerie nel legno). I teneri germogli dei giovani abetini sono graditi agli ungulati. In alcuni casi l’eccessiva densità di cervi e caprioli può perfino compromettere la rigenerazione dell’abete bianco. Altri ghiottoni di abeti bianchi sono alcune specie di funghi, tra i quali l’Heterobasidium annosum (il tipico fungo “a mensola”) e l’Armillaria mellea (i famosi “chiodini” o “famigliola”) che, quando colpiscono una pianta , ne provocano irrimediabilmente la morte. In Italia le più belle foreste di abete bianco sono quelle appenniniche. Iniziando da nord, incontriamo la grande foresta demaniale dell’Abetone, al confine tra Toscana ed Emilia-Romagna. Scendendo lungo il crinale seguono i complessi forestali adiacenti di Vallombrosa, Camaldoli, Campigna e La Verna. Più a sud altri nuclei consistenti li ritroviamo sul versante teramano dei Monti della Laga (Valle del Rio Castellano, Bosco della Martese e M. Bilanciere); in Abruzzo e nel Molise, nei grandi boschi (Riserve Biogenetiche e Boschi da seme) di Collemeluccio, Rosello e Pescopennataro. In Basilicata, sul Pollino, nelle Foreste di Cugno dell’Acero, Cugno Ruggero e Piana S. Francesco esistono alcuni esemplari plurisecolari di abete scampati, non si sa come, ai grandi tagli degli inizi del Novecento. E più giù, sulla Sila, nel Bosco del Gariglione, alcuni giganti ancora svettano con le loro nere chiome sui faggi, ultimo triste e malinconico ricordo di un glorioso passato.

ITINERARI SCELTI NELLE PIU’ BELLE FORESTE NATURALI DI ABETE BIANCO DELL’APPENNINO

1)  L’abetina di Rosello. Dislivello 80 mt. Durata dell’escursione: 1 ora. Difficoltà: elementare

Situata al confine tra Abruzzo e Molise l’abetina di Rosello è diventata da pochi anni Oasi del WWF ed è oggetto di intense ricerche da parte di studiosi italiani e stranieri. Gli organi di gestione si avvalgono della consulenza scientifica del C.I.S.D.A.M. (Centro Italiano di Studi e Documentazione sugli Abeti Mediterranei). All’interno sono state costruite delle recinzioni dove vengono ospitati animali recuperati dal WWF, che vengono successivamente liberati all’interno dell’Oasi. L’itinerario inizia dal piazzale di accesso all’Oasi, poche centinaia di metri oltre il cancello di accesso, all’altezza dell’area attrezzata per il pic-nic, presso la Fonte Volpona (930 mt). Il sentiero natura si addentra immediatamente nel fitto della foresta, costeggiando il Fosso ed attraversando macchie di abeti e tassi, con esemplari spettacolari e boschetti di faggio, frassino ed altre essenze. Giunto in corrispondenza di una sporgenza rocciosa il sentiero sale ed inizia a costeggiare, questa volta in senso inverso, il pendio sottostante la Montagnola (1152 mt), passando sotto un gigantesco abete dal tronco colonnare. Si oltrepassa una piccola sella e si ridiscende in una valletta fino all’area attrezzata.

2) Le abetine del Pollino. Dislivello 700 mt. Durata dell’escursione: 6 ore. Difficoltà: facile

Abete bianco e faggio sui Monti della Laga – Abruzzo (TE)

Il versante settentrionale del massiccio del Pollino ospita boschi di rilevante interesse botanico ed ecologico. Il neonato Parco Nazionale omonimo ha finalmente protetto questi ultimi lembi di natura intatta del Sud. Il bosco Iannace offre ancora la possibilità di effettuare numerose escursioni in luoghi davvero suggestivi, in totale isolamento. Consigliata la stagione autunnale, quando il bronzo dei faggi contrasta con il verde cupo degli abeti ed il verde smeraldo dei pini loricati. Dalla frazione Frida di Mezzana si sale con l’automobile fino al bivio per il Santuario del Pollino (1560 mt) dove si parcheggia. Sotto il dente roccioso che domina il Santuario inizia un sentiero che costeggia il versante roccioso. Dopo poco la traccia si inoltra nel fitto della faggeta ed inizia a saliscendere nel bosco. Subito si incontrano altissimi abeti, alcuni dei quali presentano le tipiche grandi cavità scavate dal picchio nero. Si attraversa un ruscelletto nel Fosso Iannace, con alcuni monumentali faggi, e si riprende a salire nel bosco misto di faggio ed abete bianco, qui presente con una numerosissima rinnovazione e giganteschi esemplari sparsi. Usciti dal bosco si giunge al Piano Iannace, con vista splendida sulla Serra Crispo e sui pini loricati che ne adornano la cima. A questo punto si segue sulla sinistra la strada forestale che discende al piano di San Francesco, attraversando fittissimi boschi di abete, fino ad un bivio con un’altra strada che si segue sulla sinistra. Si scende, passando accanto al caratteristico cono di M. Pelato (1396 mt) fino al bivio per la Madonna del Pollino e Frida, punto di partenza.

3) Le foreste segrete dei Monti della Laga. Dislivello 500 mt. Durata dell’escursione 4 ore

Difficoltà: facile

Al margine settentrionale dell’Abruzzo, i Monti della Laga racchiudono ambienti naturali ancora intatti, dove è possibile effettuare escursioni senza incontrare anima viva. Infatti, l’imponente vicino, il Gran Sasso, attira a sé la maggior parte dei visitatori e degli escursionisti. Quest’itinerario permette di visitare l’angolo più selvaggio dell’intero massiccio, attraversando foreste di faggio ed abete, ruscelli, cascate, amene praterie Tutti questi ambienti sono stati finalmente protetti nel vasto Parco Nazionale Gran Sasso-Laga. L’itinerario inizia dalla frazione di S. Giovanni (Te), minuscolo centro situato nel cuore delle vallate orientali. Poco prima dell’abitato si prende una sterrata sulla destra che sale dolcemente in direzione della Valle dei Rio Castellano. Si oltrepassa il ponte sulla sinistra e si parcheggia subito dopo. Si prosegue lungo la strada sterrata, risalendo la vallata fino ad una piccola abetina di rimboschimento, dove si prende un sentiero incassato che sale a volte nel fitto del bosco, lungo il crinale del Colle Romicito (1819 mt). Il sentiero costeggia il fianco del monte con una lunga traversata verso ovest, supera un torrente molto suggestivo e sale ad un piccolo rifugio (1300 mt), costruito dalla società Terni negli anni dei grandi disboscamenti e delle captazioni delle sorgenti. Il sentiero prosegue alle spalle del rifugio riprendendo a salire. Dopo mezz’ora circa iniziano i grossi esemplari d’abete, svettanti sulla faggeta, con piante alte oltre 30 metri e grandi più di un metro di diametro. Il panorama sull’intera vallata è sempre spettacolare. Si continua a traversare, tralasciando i sentierini che invitano a salire, seguendo sempre la traccia principale che esce sulla sterrata  all’altezza della Piana dei Cavalieri, dominata da enormi piante di faggio ed abete..

4)  I giganti del Cervati. Dislivello: 50 mt la prima; 100 la seconda. Durata dell’escursione: 0,30 ore la prima; 2 ore la seconda. Difficoltà: facili entrambe.

Pochi abeti sono rimasti sulla splendida montagna del Cervati, nel Parco Nazionale del Cilento-Vallo di Diano. Pochi ma buoni, come dice il vecchio proverbio. Infatti, alle falde del monte, in località “Donna Annina”, si possono effettuare escursioni a piedi, ma anche con gli sci di fondo, in luoghi affascinanti e solitari, dove ancora è possibile sentirsi pienamente immersi nella natura. Da Sanza, si segue la strada per Rofrano: poco dopo il Ponte del Diavolo, dove si possono ammirare le superbe gole dell’Inferno, si stacca, sulla destra, una strada sterrata (indicazioni per il Cervati) ma percorribile con le auto, che sale a svolte in direzione della località “Vallivona”, ampia conca racchiusa tra le giogaie del Cervati. La strada continua, ad un bivio si gira a destra, si discende ad attraversare il letto di un torrente stagionale e si riprende a salire. Dopo circa un chilometro si incontrano due stradine sulla destra, alquanto dissestate, conviene parcheggiare l’auto e proseguire a piedi. La pista aggira numerosi dossi per inoltrarsi nel fondo della valle, proprio sotto la vetta del Cervati. In corrispondenza dell’incile della valle, si scorgono sulla sinistra le nere chiome degli abeti che emergono dall’omogeneità della faggeta. Pochi metri e si arriva ai piedi dei “Colossi del Cervati”. L’esemplare più grande arriva a 35 metri di altezza per 1,50 metri di diametro. Complessivamente occorrono 30 minuti di cammino dalla sterrata principale.

Altro luogo da visitare assolutamente è l”Affondatore di Vallivona”, un inghiottitoio carsico, posto nella conca di Vallivona a 1100 mt. Per arrivarci occorre tornare indietro con l’auto fino al valico che immette dentro la conca di Vallivona e prendere la stradina che si diparte sulla sinistra e scende verso la captazione dell’acquedotto che rifornisce i paesi sottostanti. E’ consigliabile percorrere a piedi quest’itinerario. La pista scende a svolte fino all’imbocco di una galleria artificiale che immette nell’antro dell’Affondatore, con un percorso di circa 400 metri. Questo percorso si può effettuare solamente nel periodo di magra, ovvero durante l’estate e l’inizio autunno quando l’acqua che defluisce lungo la galleria è ridotta al minimo. Inoltre, è bene fornirsi di una lampada, indispensabile per evitare le buche piene d’acqua esistenti lungo il percorso della galleria. L’interno dell’Affondatore è parzialmente ricolmo d’acqua che forma un bel laghetto (acqua purissima!!). Su una parete una piccola cascata allieta il paesaggio. Sulle rocce, piante di tasso, faggio, betulla e qualche abete, contribuiscono ad esaltare la verticalità delle pareti strapiombanti.

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